Nuntio vobis gaudium magnum, da febbraio 2019 l’amministrazione comunale cittadina aderirà al concorso Wiki Loves Monuments, rilasciando un’autorizzazione come previsto dal Codice dei Beni Culturali.
Sono tanti i monumenti che non possono partecipare al concorso a causa di queste limitazioni burocratiche. Da oggi, però, ci sono sessanta monumenti partecipanti in più. Eh, già! Mi toccherà inserire su Wikidata, il progetto che ospita i dati dei monumenti partecipanti e non al concorso, tutte le statue, i busti e gli altri tipi di monumenti censiti dal comune di Bari all’interno della catalogazione generale, andando ad individuare le coordinate e spesso anche l’indirizzo preciso di ogni singolo monumento.
Questi sacrifici però si possono fare, perché dal 2019 consentiranno alle bellezze della nostra città di essere diffuse nel mondo o almeno durante le mostre itineranti con il premio locale Puglia 😀
Speriamo anche che servano a convincere quelle cape toste (non è latino ma dialetto barese) del Polo Museale della Puglia a partecipare a questa bellissima iniziativa che dal 2012 diffonde il patrimonio culturale italiano a livello internazionale.
Nel frattempo il buon Afnecors ha disegnato il nuovo logo di Wiki Loves Puglia.
Dopo i Cookie sulla TV non poteva non arrivare questo. Alcuni telefoni economici hanno degli AD nelle schermate di sistema.
Il business model di alcune società è parecchio variegato e tra i settori di business rientra naturalmente la pubblicità, il motore che sino a poco tempo fa faceva girare l’economia del web. Poi hanno incominciato ad esagerare e sono arrivati gli adblocker e sappiamo tutti come sta andando la situazione.
C’è però un tipo di pubblicità che non si può bloccare. Xiaomi ha deciso di includerla nel proprio business model. Purtroppo, è anche grazie a cose del genere che i telefoni costano così poco.
A quanto pare, la maggior parte delle App di Sistema contiene gli annunci e non c’è niente che si possa fare a parte scegliere un’altra marca o uno Xiaomi edizione con l’OS Google Stock, che non dovrebbe contenere né modifiche né ADS.
Questa condotta commerciale a lungo andare a cosa ci porterà? A popup che appaiono sullo schermo mentre chiamiamo? Certo, si potrebbe sempre cambiare OS, ma c’è anche la possibilità che le aziende, un giorno, decidano di rendere quest’operazione sempre più complicata (molto di più di quanto non lo sia oggi), potrebbero fare tutti come Apple, no? 😀
TIM e Vodafone già inseriscono costi di attivazione pari al costo del modem. Mentre i clienti aspettavano il modem libero, gli operatori si sono già organizzati.
Il tanto atteso modem libero è finalmente realtà. L’AGCOM ha approvato una delibera che fa in modo che gli operatori non possano più imporre i propri modem e quindi anche i famosi costi di noleggio e/o di acquisto, consentendo un risparmio in bolletta. Ma è davvero così? Proprio no.
Già da tempo, infatti, i nostri amici sono già corsi ai ripari imponendo costi di attivazione pari (se non superiori) a quelli che comportava l’acquisto e/o noleggio del modem. Il modem (che alla fine vale sempre poco e niente, rispetto ai costi sostenuti) viene offerto in comodato d’uso gratuito.
TIM ti fa pagare il servizio TIM Expert, ad un costo di 5,90€ al mese per 48 rate o varie altre formule di rateizzazione, per un costo totale di 283,20€. Vi ricorda mica il costo del router. Noooooo…..
Vodafone, invece, costringe al pagamento di un costo di attivazione variabile che nella maggior parte dei casi (in assenza di offerte speciali e sporadiche differenti) ammonta a 5€ al mese per 48 mesi. Stessa cosa di sopra.
Fastweb è l’unico che nella maggior parte dei casi non fa pagare costi di attivazione, tranne per l’offerta con Sky.
Infostrada (Wind Fibra) non si è ancora adeguata alla normativa e riporta ancora il costo del modem di 2 euro al mese per 48 mesi, così come 3fibra (sempre Infostrada)
Insomma, alla fine ci sono gli stessi costi e gli operatori hanno trovato un altro modo per farci pagare quello che prima ci facevano pagare tramite il noleggio del modem.
Rimangono ovviamente gli altri vantaggi, come la possibilità di usare un modem di qualità maggiore rispetto a quello fornito dal proprio operatore telefonico.
Wikipedia, l’enciclopedia libera, si è auto-oscurata nella sua edizione italiana per protestare contro la riforma del copyright nel mercato unico digitale europeo
Il 5 luglio 2018 il Parlamento europeo in seduta plenaria deciderà se accelerare l’approvazione della direttiva sul copyright. Tale direttiva, se promulgata, limiterà significativamente la libertà di Internet.
Anziché aggiornare le leggi sul diritto d’autore in Europa per promuovere la partecipazione di tutti alla società dell’informazione, essa minaccia la libertà online e crea ostacoli all’accesso alla Rete imponendo nuove barriere, filtri e restrizioni. Se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere.
La proposta ha già incontrato la ferma disapprovazione di oltre 70 studiosi informatici, tra i quali il creatore del web Tim Berners-Lee (qui), 169 accademici (qui), 145 organizzazioni operanti nei campi dei diritti umani, libertà di stampa, ricerca scientifica e industria informatica (qui) e di Wikimedia Foundation (qui).
Per questi motivi, la comunità italiana di Wikipedia ha deciso di oscurare tutte le pagine dell’enciclopedia. Vogliamo poter continuare a offrire un’enciclopedia libera, aperta, collaborativa e con contenuti verificabili. Chiediamo perciò a tutti i deputati del Parlamento europeo di respingere l’attuale testo della direttiva e di riaprire la discussione vagliando le tante proposte delle associazioni Wikimedia, a partire dall’abolizione degli artt. 11 e 13, nonché l’estensione della libertà di panorama a tutta l’UE e la protezione del pubblico dominio.
Questo è il testo integrale del comunicato, unica pagina visibile su Wikipedia in lingua italiana. Tutto quanto viene riportato è a parere non solo mio veritiero (checché ne dicano gli editori) e l’unica cosa da fare è agire per evitare che tutto il web subisca gravi danni. Proposte come la link tax hanno creato solo danni ovunque siano state approvate.
È possibile dunque contattare il proprio rappresentante all’europarlamento e far sentire la propria voce e la propria opinione.
Windows 10 ha diverse applicazioni integrate tra cui: Cortana”, “OneDrive”, “Xbox”, “Edge”, lo “Store” (anche se già presente da Windows 8) e molte altre
Queste applicazioni sono bloatware. Rimuoverle è difficile e quindi la maggior parte degli utenti le accetta senza proteste, perché non abbiamo modo di fare altro. Non abbiamo idea neanche di come operino precisamente, sappiamo solo che ci sono.
Il Software libero è l’unica alternativa a quest’imposizione. Su una distribuzione Linux si può cambiare interamente l’interfaccia grafica o si può cancellare qualsiasi programma preinstallato solo con il terminale (ma anche file di sistema purtroppo, ciò ci ricorda tristi giorni che sarebbe meglio dimenticare).
Il Software Libero, date le libertà fondamentali che lo definiscono in quanto tale, ci consente per definizione di scavare nel profondo della sua anima e di carpirne ogni oscuro segreto senza problemi.
Avranno pensato che visto che abbiamo una TV connessa ad internet sarebbe stato un peccato non sfruttare l’occasione. Dunque, andando a visitare il canale numero 9 del digitale terrestre viene fuori questo piccolo, innocente avviso:
Mi è sembrata un’applicazione molto interessante della famigerata cookie law europea (in vigore dal 2014) ed ho deciso quindi di andare a dare una controllatina. Appare quindi la lista dei canali che fanno uso del servizio dell’azienda SmartClip, che consente agli inserzionisti di profilarci molto meglio, proprio come se il canale televisivo una sorta di pagina web.
Eccoli qui, direttamente dalla privacy policy
La stessa azienda offre anche la possibilità di inserire annunci a “comparsa” che si possono anche espandere (come dei normali ads online).
Adesso ci dobbiamo preoccupare anche di chi ci profila tramite la TV e non solo di chi lo fa normalmente (che mi sembra già abbastanza)?
«Io continuo a ritenere che progettare un kernel monolitico nel 1991 sia un errore fondamentale. Ringrazi che non è mio studente. Non avrebbe preso un voto alto per tale progetto»
–Andrew Stuart Tanenbaum¹
Sticker abbastanza popolare, fair-use
Arrivo in ritardo con questo titolo, volutamente provocatorio, per parlare della vicenda del sistema operativo nascosto nei chipset Intel, ma ho deciso di prenderla molto alla larga.
La storia di Minix
Andrew Stuart Tanenbaum è un informatico che ha sviluppato il sistema operativo Minix (che è in sviluppo ancora oggi) e che ha avuto un aperto contrasto con Linus Torvalds, subito dopon l’annuncio del Kernel Linux, dichiarando la superiorità di Minix.
Sappiamo tutti benissimo come sia andata, oggi Linux ha ampiamente superato Minix dal punto di vista di utilizzo.
Intel lo utilizza segretamente in tutti i computer con i suoi processori dal 2008. Immaginate quanti computer con processori Intel sono stati prodotti dal 2008.
Dal 2008 noi utenti Intel siamo anche tutti utenti Minix! E soprattutto, Minix ha vinto. Ora è usato più di Linux.
La vicenda vera e propria
Come vi ho anticipato prima, Intel ha installato nel “Ring -3” Minix con sopra un webserver e dandogli accesso completo al file system ed alla rete (anche se c’è un firewall di sistema).
Minix sui processori Intel ha uno scopo ben dichiarato: Intel Management Engine, un sistema per la gestione remota dei server.
Sia EFF che altri hanno espresso dubbi sul fatto che Intel abbia accesso completo ai nostri dati a suo piacimento e sulla sua possibilità di poter violare a suo piacimento la nostra privacy.
Tanenbaum, creatore di Minix di cui parlavamo prima, ha dichiarato ufficialmente di non saperne niente e di aver parlato con Intel per un possibile utilizzo del suo sistema (avendo anche modificato alcune parti e fornito dettagli tecnici).
Ha pubblicato, quindi, una lettera aperta al CEO di Intel nella quale indica le sue perplessità ed in un’aggiunta successiva dice che solo il proprietario del computer dovrebbe averne il controllo³ (e nessun’altro, né Intel né governi).
Il risultato
Oltre alle possibili implicazioni per la privacy che questo cattivo utilizzo di Minix potrebbe avere, c’è anche un’implicazione tangibile che ha già avuto: quella delle falle di sicurezza.
Ebbene, già a Maggio 2017 c’è stata una falla di sicurezza che derivava da Management Engine solo per i server. Chi ci dice che non ci saranno problemi anche per i computer home?
Tutti siamo coinvolti, utenti di Windows, macOS e Linux. Intel, come ti giustifichi?
Cosa assolutamente buona e giusta, con cui concordo. Il software libero vuole dare ridare proprio quella libertà che via via le case produttrici stanno togliendo (o cercando di togliere).
Ho appreso qualche giorno fa, con molto disappunto, la notizia della morte del caro Windows Phone. Ebbene sì, l’amato/odiato sistema operativo di casa Microsoft, erede di Windows CE, è stato abbandonato dalla stessa casa madre.
Non è una novità che alla Microsoft snobbassero il loro sistema operativo mobile, tant’è che avevano rimosso tutti i telefoni Windows Phone dallo store ufficiale.
Bill Gates, in un’intervista, ha detto chiaramente che è passato ad un Samsung Galaxy S8 “pieno di roba Microsoft”, probabilmente la Microsoft Edition venduta nei Microsoft Store .
È chiaro che il nemico di Microsoft non sia Google. Basti pensare che le app Microsoft per Android spopolano, vedi Arrow Launcher che è diventato Microsoft Launcher.
Secondo alcuni, l’acerrimo nemico di Microsoft è Apple, tant’è che in casa Gates «sono vietati i dispositivi Apple» anche se i figli e Melinda Gates ne desiderano uno.
Vedremo gli sviluppi della situazione, comunque è stato confermato il supporto per gli aggiornamenti che differiscono dall’introduzione di nuove funzionalità.
Eppure Microsoft aveva tanto puntato sui Windows Phone acquistando per 7,1 miliardi la divisione telefoni, per rivendere una parte (quella dei feature phone, come il nuovo Nokia 3310) per soli 340 milioni.
Con quest’annuncio si chiude un piccolo sassolino della storia della telefonia mobile. Addio Windows Phone e grazie per tutto il pesce.
Il lento degradare di Windows Phone nel tempo
Ma quali sono i motivi che hanno portato Microsoft a questa scelta?
Come possiamo osservare da questa statistica, Windows Phone ha avuto la sua massima espansione nel Q4 2013 ed ha incominciato via via a declinare con qualche punta un po’ più alta fino ad arrivare al Q4 2016 con lo 0,3% del mercato (praticamente niente).
Infatti nel settembre 2013, visti anche i risultati, è stato stipulato il famoso accordo tra Microsoft e Nokia per la cessione della divisione dispositivi mobili.
Poi, come ben sappiamo, i dispositivi Windows Phone sono stati rimossi dallo store.
Comunque, non è stata ancora posta la parola fine a questa vicenda, è tutto da vedere.
Come possiamo creare un gateway di collegamento tra IRC (sistema per chat testuali in giro da un po’ di anni) e Telegram (app di messaggistica nata nel 2013)? Creare una cosa del genere può esserci per esempio utile nel caso in cui abbiamo un canale IRC ed uno Telegram sullo stesso argomento/per lo stesso progetto e non vogliamo disperderne i messaggi.
Per questo tutorial utilizzeremo Teleirc di FruitieX, anche se ci sono diversi fork e versioni simili (come quello di RITlug) su Ubuntu 16.04 LTS (tramite Droplet di DigitalOcean).
Per comodità
Registriamoci, clicchiamo “Create droplet” e selezioniamo i dettagli.
Subito dopo creiamo il file di configurazione teleirc --genconfig, se ci sono problemi in questa fase usiamo il fixme dell’autore digitando mkdir ~/.teleirc
Problemi supplementari
Ebbene, durante l’installazione di teleirc possono verificarsi degli errori, uno di questi riguarda node-gyp. Se vi capita un errore del genere, seguite la procedura:
Aggiornamento di Node.js e npm
sudo npm cache clean -f
sudo npm install -g n
sudo n 4.4.5
sudo npm install npm -g
Se siamo riusciti ad eseguire l’installazione senza problemi procediamo ad eseguire la configurazione.
Creazione e configurazione del bot Telegram
Prima di tutto creiamo il bot su BotFather. Creiamo il nostro bot digitando /newbot e seguendo la procedura. Poi copiamo il token ricevuto nel messaggio ed incolliamolo nel file di configurazione che vedremo in questo passaggio.
Trovate qui un video su come personalizzarlo mentre qui un elenco già pronto di comandi da impostare (basta copiare ed incollare) quando si fa /setcommands.
Poi digitiamo /setprivacy, scegliamo il nome del nostro bot e clicchiamo Disable. In questo modo consentiremo al nostro bot Telegram di leggere i messaggi che inviamo nel gruppo e di inviarli a teleirc.
Configurazione di Teleirc
Facciamo cd ~/.teleirc ed apriamo dal nostro editor di testo preferito (io uso nano) il file config.js.
Per comodità ecco il comando nano config.js.
A questo punto ci ritroveremo con questo file di base di nome config.js, questa è una mia traduzione dei commenti fatta sulla base dell’ultima versione ad oggi. Vi consiglio di guardare sempre il repository ufficiale per la versione aggiornata.
Una volta che abbiamo configurato correttamente il bot, salviamo il file ed eseguiamo il comando teleirc. Finalmente, dopo tante peripezie, abbiamo fatto partire questo bot.
Vedrete entrare il bot con l’username che gli avete dato nel canale IRC che avete impostato.
Ma non è finita qui!
In alcuni casi, il bot potrebbe non aver acquisito correttamente il chatID del nostro gruppo e potrebbe richiederlo insistentemente su IRC. In questo caso dobbiamo inviare un messaggio qualsiasi sul nostro gruppo Telegram, eventualmente menzionando il bot utilizzando @usernamedelbot (quello che abbiamo impostato su BotFather).
Una volta aver visto il primo messaggio recapitato e nessun segnale controverso durante la sessione SSH (quindi vedendo solo uno spazio vuoto sotto al processo senza altri interruzioni e senza possibilità di eseguire altri comandi).
Ma se si chiudesse la sessione SSH? In questo caso non avremmo la possibilità di mantenere attivo il bot. Ci viene in aiuto GNU screens, ottimo strumento.
Digitiamo screen e subito dopo premiamo invio (ci uscirà una schermata di presentazione). Infine si aprirà una normalissima finestra SSH. Lì potremo digitare tutti i comandi che vogliamo che rimarranno in esecuzione anche dopo la chiusura del terminale (Attenzione! Chiudete il terminale, non killate la sessione)
Per recuperare la sessione basta digitare screen -r mentre per recuperare un elenco delle sessioni (per poi recuperarle se sono più di una) basta digitare screen -ls.
Con il riavvio le sessioni però si interromperanno.
Per questo motivo potete creare servizio per systemd, da posizionare in /etc/systemd/system, trovate un esempio dell’autore qui.
Note finali
Per accedere al gruppo di supporto di teleirc, basta ottenerne il link dando il comando teleirc --join-tg .
Per risolvere eventuali problemi, è possibile far entrare teleirc in modalità “verbose”, in modo che riporti tutti i log, anche quelli di debug, avviandolo con questo comando: teleirc -vvv.
È importante non terminare il processo forzatamente, ma chiuderlo solo con CONTROL + A.
Cosa importantissima, se riscontrate dei malfunzionamenti di qualsiasi tipo che riguardano l’invio dei messaggi da Telegram a IRC (Telegram =>IRC) vi consiglio di togliere e riaggiungere il bot, dopo aver verificato su @BotFather che l’opzione /SetPrivacy per il vostro bot sia su False.. Altra cosa importante, se non gradite che vengano caricate le immagini sul server, potete far sì che vengano caricate su Imgur, trovate una guida ufficiale qui.
È possibile anche impostare una regex per selezionare solo specifici messaggi da inoltrare da IRC a Telegram (e viceversa) e quali no. Trovate l’opzione alla fine del file di configurazione.
Spero che questa guida vi sia stata utile, è stata scritta qualche tempo fa quindi perdonate eventuali refusi e informazioni poco aggiornate! Fatemi sapere nei commenti come è andata e se state riscontrando problemi.
Ecco perché ho pagato un dominio 88 centesimi ed ora vogliono 50 euro per rinnovarlo una volta che è stato avviato.
Il tutto incomincia alle 18:00 del 25 agosto. Sono andato su un sottodominio del mio sito (mait.tech) per creare un nuovo progetto ed ho trovato una pagina di cortesia di Namecheap (il mio registrar) con tanta pubblicità.
Ma andiamo per ordine: un registrar è un’azienda che vende i domini internet (soprattutto online ma non è detto). Paga al registro, che tiene l’elenco di tutti i domini internet, una tariffa a forfait (di solito 1000 euro) per registrare un numero definito (da un accordo tra i due) di domini. Ogni TLD, che sarebbe l’estensione del dominio internet (tipo .it, .com, .org, .net), ha un suo registro dedicato anche se un’azienda potrebbe essere l’affidataria di più TLD.
L’ICANN è un ente internazionale (sotto il controllo del Dipartimento del Commercio degli USA) che si occupa di decidere quali devono essere i nuovi TLD.
Ritornando alla nostra storia, mi sono ricordato che il mio dominio scadeva il 23 agosto ed ho scoperto che è entrato nel grace period, chiamato autoRenewPerioddall’ICANN, che va dalla scadenza a 20 giorni dopo di essa. Il registrar anticipa i soldi del rinnovo al registro che gli vengono restituiti nel caso il registrante non rinnovasse il dominio.
Ho aggiunto il dominio nel carrello per il rinnovo, ma ho scoperto la dura verità: il rinnovo costa ben 40 euro. Io, per acquistare il dominio, ho pagato 88 centesimi.
Nella schermata di acquisto era presente solo un riferimento al prezzo originale ma non era indicato chiaramente che bisognasse pagare così tanto per rinnovare il dominio.
Oggi acquistare un dominio .tech da Namecheap osta circa 4 euro
Allora ho contattato l’assistenza, che mi ha detto che «è impossibile ottenere il dominio ad un prezzo minore». Ho provato a seguire la procedura per trasferire il dominio, ma quando provavo a richiedere il codice di autorizzazione per il trasferimento mi rimandava alla pagina principale.
La procedura è stata fatta manualmente dall’assistenza che mi ha mandato una mail poco dopo con l’authcode (il codice di autorizzazione per trasferire il dominio).
Mi sono messo, quindi, alla ricerca di un registrar che offrisse un prezzo conveniente per un nome di dominio .tech, un TLDabbastanza particolare e non molto diffuso.
Ho trovato su GoDaddy una promozione che offriva domini .techa 10 euro ma mi sono accorto che nella promozione (valida solo per il primo anno, come sempre) non erano compresi i trasferimenti.
Ho contattato l’assistenza telefonica che mi ha detto che i domini .techhanno questo prezzo stabilito dal registrar che ammonta addirittura a 70 euro e che le offerte sono valide solo per la prima registrazione (come scritto nella pagina). Per questo motivo non mi avrebbe potuto praticare un prezzo scontato (che avrebbe potuto farmi per altri servizi).
Allora ho pensato di attendere la scadenza del dominio e di ri-registrarlo una volta scaduto, ma ho scoperto che i tempi sono lunghissimi: ben 20 giorni per la scadenza del grace period e 80–120 giorni per la cancellazione del dominio. In questo periodo c’è un’asta sul dominio (che potrebbe essere vinta da qualcuno). Secondo Namecheap nella maggior parte dei casi l’asta termina con successo.
Durante il periodo dell’asta il registrante può ancora recuperare il dominio pagando una tassa di rimborso.
Ho scritto all’assistenza per chiedere se si potessero accelerare i tempi ma mi hanno detto di no.
Perché sarebbe una presa in giro?
Nelle operazioni commerciali dei registrar non viene molto pubblicizzato il fatto che quello è un prezzo valido solo per il primo anno.
Dopo aver registrato un dominio a quel prezzo molto vantaggioso possono essere fatte proposte di rinnovo ad un prezzo molto più alto del prezzo pagato all’inizio. Vi faccio altri esempi di situazioni che mi sono capitate.
Con GoDaddy, due domini me li fecero pagare 6 euro l’uno. L’anno dopo mi proposero un rinnovo a 15 euro.
Con Register.it, invece, acquistai due domini .info a 90 centesimi l’uno. L’anno dopo mi proposero il rinnovo a ben 35 euro. Qui trovate il listino prezzi che testimonia i prezzi di rinnovo esorbitanti (sul sito trovate le promozioni).
Ancora con Register.it acquistai altri due domini (uno .it ed uno .info) a prezzi bassissimi (non ricordo quanto, ma non superavano i 10 euro totali). L’anno dopo mi proposero il rinnovo a 35 euro. Oggi quei domini sono ancora in stallo e sto aspettando la cancellazione.
Di nuovo con Register.it acquistai un dominio .it a 2 euro. L’anno dopo mi proposero il rinnovo ai soliti 35 euro, ma un amico mi consigliò un espediente che mi fece risparmiare e mi fece pagare il rinnovo 9 euro.
Basta trasformare il dominio standard (che ha funzioni, spesso inutili, come un piccolo spazio hosting di pochi MB) in un dominio express che ha il costo di 9 euro.
La procedura è semplice, bisogna recarsi nella schermata di cancellazione del dominio e fare per cancellare, subito il sistema proporrà la trasformazione in express.
Una nota positiva di Register.it è l’assistenza, che ha subito rimborsato un rinnovo automatico non voluto (a 50 euro, per un dominio pagato 10).
La prossima volta che comprate un dominio, vi consiglio di stare attenti a queste tariffe esorbitanti. Ho trovato OVH.it che propone buoni prezzi di rinnovo ma devo valutarlo approfonditamente.
Ma come è continuata la vicenda?
Il dominio è ancora in attesa, è molto probabile che venga venduto (è di sole 4 lettere, quindi molto appetibile). In questo modo perdo un link di riferimento che ho distribuito per molto tempo in giro. Sto valutando molte altre alternative.
Se vuoi seguirmi, ti consiglio di iscriverti alla mia newsletter, che rimarrà sempre lì dove sta :-). In questo periodo l’ho un po’ trascurata un po’ per colpa di questi problemi un po’ per colpa di altri, ma riprenderò a pubblicare in brevissimo tempo.
Grazie per aver letto il mio articolo! Se ti è piaciuto lascia qualche clap.